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Sorridete, dopotutto è un funerale.

Beh, a guardar bene non è che sia poi tanto diverso da una festa: ci sono fiori, gente che ti viene a salutare.
Ci sono anche le candele da spegnere, peccato che non ci sia nessuno a cui cantare “Tanti Auguri”.
Alla fine è come l’ultimo dei compleanni.

Ci sono anche i parenti che non hai mai visto e mai più rivedrai: rami di un albero genealogico che pensavi di aver potato, e invece ti compare il cugino del cugino del fratello di Parma (perché, il nonno aveva fratelli anche a Parma?), che ti chiede “E’ qui il morto?”

Già. Il nonno per quel giorno, almeno per alcuni, diventa “il morto”. Un’entità che di norma è meglio non avere in casa.

Buffo anche che ne parlino con frasi tipo “Eh, il nonno è andato”…
E non lo so perché ma me lo immagino mentre allunga la corsa, in bicicletta, e stacca tutti gli altri in un trionfale assolo ciclistico, come mai gli ho visto fare.
Noi dietro, a inseguirlo coi fiori in mano, che sei morto, dove mai vuoi andare?

Il morto ieri aveva un bel cappotto di legno, visto che la giornata era bella ma fredda. Aveva anche i fiori coi nomi delle nipoti e dell’unico maschietto nato da una famiglia matriarcale, dove noi donne la facciamo da padrone.

Nonno l’hanno messo nei forni, che detti così non hanno un bell’immaginario.
Non è per terra. Diciamo che è al terzo piano di un condominio decisamente silenzioso.

Che strano, arriva un certo punto in cui devi decidere anche quando è il momento di parlarne al passato, e il trapasso si fa anche grammaticale.
A un certo punto smetti il plurale, anche se i nonni eri abituato a citarli in coppia.
Adesso resta solo la nonna.
E ti verrà automatico cambiare anche il nome nella rubrica del telefonino.

Lui non vedrà mai i miei figli. E questo è un altro dato di fatto.

Magari possono sembrare cose brutte da dire, ma da me c’è quella che chiamiamo “la regola del rimpiazzo”.
Per esorcizzare la morte, si finisce a fare la conta di chi ha preso il posto di qualcuno che se n’è andato.
Mia sorella è il rimpiazzo della Bisnonna Elvira (la nonna della mamma).
Edoardo, mio nipote, è il rimpiazzo di una zia del parmigiano che neanche avevamo mai visto.
Gioele (altra new entry cuginifera) è il rimpiazzo dell’altra nonna.

Io non sono il rimpiazzo di nessuno.
Quell’anno lì è andata bene e abbiamo chiuso in positivo.
Vita batte morte uno a zero. Goal di Valentina Maran.

Adesso di rimpiazzi vuoti ne abbiamo due: la zia Titti e il nonno.

Qui tutti si aspettano che io resti incinta prima o poi.
E un attimo di pressione te la senti addosso.

Mio nonno faceva il sacrestano. O il secrista, come si dice da noi.
Quindi mi aspetto che gli abbiano dato un posto di riguardo. Almeno per il servizio prestato.
Io ho un bel ricordo della chiesa. Ci giocavo.
Mi piaceva quando svuotavamo i baracchini delle offerte e io tentavo di convincere il nonno a tenerci i soldi, e lui che mi diceva che non si poteva perché LUI ci vedeva. E faceva cenno verso l’altare.
Io ho sempre pensato che Dio si facesse un po’ poco gli affari suoi.

Ricordo che c’era un crocifisso enorme in sacrestia, una roba a grandezza naturale.

Quando si passava di lì mi faceva sempre baciare i piedi della statua.
Ricordo il chiodo che trapassava i piedi sovrapposti.
Il sangue disegnato che gocciolava.
Io facevo la solita domanda “Ma non lo possiamo tirare giù?”
E lui “no, deve rimanere lì”
E fine della storia.
Poi c’era il dubbio lecito, perché quest’ uomo nudo aveva giusto un drappo a coprirlo lì, e io volevo sapere se sotto ce le aveva le mutande.
Nonno rideva e diceva “Sì”.
E secondo me è ancora una buona risposta.

Mi sa che prima o poi ci torno in sacrestia, a guardare quel crocifisso, per vedere che effetto mi fa.

Ieri si è chiusa definitivamente la parte latente della mia infanzia.
Pace.
Però è stato bello.

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  1. un amico says:

    Un bel post, composto, dignitoso.
    E la vita ha fatto un gran goal con te.
    Non so se ha senso dirlo da parte di uno sconosciuto, ma insomma, condoglianze.

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