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Uno che si chiama Einaudi non fa per forza l’editore.

Per far capire che è ora di cominciare, il pubblico comincia ad applaudire.

C’è la gente più strana in sala: di fronte a me due adolescenti limonano come se fossero al cinema.
Di fianco a me ho un tizio incravattato, sciarpettato, con gemelli e moglie a tono.
In pendant perfetto anche con la moquette del teatro.

Aldo alla mia destra si passa le dita sulla barba.
La porta lunga da un po’ di mesi, da quando non ci siamo più visti.

Poi le luci si abbassano.
E gli applausi si fanno più forti.
Einaudi sale sul palco.
Tutti applaudono. Anche le mie mani comincino, senza che io abbia chiesto loro di farlo.
Infine il silenzio. Che in realtà non è mai vero silenzio.
Sembra che diventi impossibile per chiunque non generare nemmeno il più impercettibile dei fruscii.
Il tossire sommesso, quasi di scusa, soffiato, fa da tappeto alla musica.
Ogni tanto c’è anche il click della macchina del fotografo di scena. E del telefonino di qualche fan.

Riesco a vederlo bene da qui: posizione poltronissima centrale. Per chi sa cosa voglia dire.
Aldo ha di fianco un tizio che non lo molla. Però ci offre le golia bianche.

Quell’uomo al piano riempie la sala.
Lo fa coi piedi e con le mai.
Con gesti minimi su fondo nero.

Sembra che qui, in tutta questa concentrazione, nello sforzo assoluto di stare a sentire, nulla riesca a tacere.
Le poltrone scricchiolano molto più che in qualsiasi altra situazione.
A metà concerto passa un’ambulanza.
Porte che sbattono sommesse, ma sbattono.
In un riverbero attutito che non riesce a sfuggirmi.
E restano lì, fanno parte anche loro del suono, siamo anche noi il concerto umano.
Credo che sia questo che lui senta dal palco: il nostro concerto umano di tentativo di silenzio.
Credo che senta le palpebre umide che sbattono.
Credo che senta i respiri.
I fruscii.
Le giacche che non sono state lasciate nei guardaroba.
Il profumo di chi si è imbellettato troppo.
I respiri di questa massa umana nel buio. Che ascolta per scoppiare nel boato quando smette di suonare, e conclude. E noi a ringraziare, prima che ci ringrazi lui.

E’ così questo concerto per piano solo.
A ogni minima pausa soffio domande all’orecchio di Aldo, che mi risponde.
Non so se gli ho chiesto cose stupide.
Ride.
Mi chiede se ho sonno.
Ovviamente mento dicendo di no.
Ma tanto se n’è accorto.

Non ci sono pause.
Einaudi non ne fa, tranne una cortissima di un paio di minuti.

Ne approfittiamo per sgranchire le schiene sulle poltrone.

Il concerto dura un paio d’ore. Giuro che pensavo fossero meno

E comunque, per tutto il tempo, non sono riuscita a sfilarmi il sorriso dalle labbra.
Mi si è stampato a caldo in faccia, senza sapere perché.
Colpa della musica.

Quando usciamo piove.
Diamo la caccia al taxi che mi riporterà a casa.
Aldo mi chiede se mi è piaciuto.
Sì. Parecchio. Davvero.

E lo so che prima o poi glielo dirò: la cosa in assoluto che mi ricorderò è la sua barba, che si accarezzava durante il concerto.
Le sue dita tra la peluria che hanno sottolineato a gesti ogni pezzo. Ogni suo pensiero di compiacimento o noia.
Io di quel concerto mi ricorderò sempre Einaudi e il fruscio della barba di Aldo. Insieme.

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  1. Elysanetta says:

    Molto meglio il fruscio della barba di Aldo della musica dell’Einaudi. Ma coraggio, c’è persino di peggio. Si chiama Giovanni Allevi.

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