Mi mettono un microfono in mano e due cadaveri seduto uno alla mia destra e uno alla mia sinistra.
Uno parla di una trama a tre binari, con battaglie medievali, guerre civili e il futuro prossimo. Ma non tutto insieme: il lettore dovrà fare la fatica di mettere tutto in ordine cronologico.
L’altro invece ci ha messo 17 anni a scrivere quello che ha scritto.
Parla del suo io, del suo ego e del suo superego. Parla solo di cose che gli sono successe. Solo di quello che gli capita.
Parla piano, ha la faccia da boyscout. Lavora in svizzera come assistente in una comunità. Ma non parla della gente che segue, no, parla di sé stesso.
Fa 20 minuti a parlare di se stesso.
Mio padre intanto si sta addormentando su una sedia.
Ed è un dramma, perché se comincia a russare sono finita.
Poi torniamo all’altro, che dice che è bello pubblicare per un piccolo editore perché difendono la grande letteratura, perché lui aspira alla grande letteratura, all’arte. Non importa se non lo legge nessuno.
Però lo dice fissando a terra.
Intanto un ragazzo baffuto dalla faccia simpatica mi sorride dalla prima fila. Accondiscendente.
Mi si deve leggere bene per esteso sulla fronte che mi sto rompendo le palle.
C’è scritto a caratteri cubitali che non me ne importa niente.
Mentre questi parlottano ho tutto il tempo di contare le colonnine del cortile dove stiamo fingendo di essere interessanti.
Il pubblico sbadiglia.
Mi stupisce che non se ne siano ancora andati.

La giornalista che modera l’incontro chiede a uno dei due che cosa sta scrivendo.
Lui replica che meno di un mese fa ha scritto una specie di poesia, o forse no, non lo sa neanche lui di che cos’è.
Ma come diavolo fai a dire certe cazzate?
Io spero solo che ci metta altri 17 anni a scrivere il prossimo.
Questa gente non ha capito cosa sta facendo.
Come fanno a non accorgersi del torpore in cui hanno fatto sprofondare la platea?

Poi mi passano il microfono. Mi chiedono di leggere un brano del libro.
“Bene, così diamo subito una bella sfoltita al pubblico” dico io. E lo penso davvero.

Leggo poche righe, neanche troppo umide.
Ho imparato a legger a voce alta senza vergognarmi.
Ho imparato a fissarli mentre ascoltano.
Li voglio tutti sull’attenti.

E funziona. Perché anche mio padre si sveglia.

Poi si torna agli altri due e la serata scema in niente.
Non mi fermo a firmare autografi: nessuno me ne chiede. Poco male, non voglio essere ricordata per questo incontro.
Solo il ragazzo baffuto mi ferma per farmi i complimenti.
Il giorno dopo sulla Prealpina uscirà un articolo che commenterà “Valentina Maran padrona di scena al Festival del racconto”.
Pare che la mia personalità abbia schiacciato gli altri due. Già, talmente tanto che anche il giornalista ha dato il mio cognome a uno degli altri due autori.

Questo direi che è un bel punto e accapo.