Sono in pullman, sto andando al lavoro, sono le sette e dieci del mattino.
Il telefonino mi trilla e compare la busta sul display.
Apro come se scartassi un regalo, sperando che sia qualcuno con un messaggio dolce per me.
Invece sull’intestazione del messaggio leggo “mamma”
Il suo testo dice:
“E morto maicol giexon”

Deve esseresi alzata presto, per colpa del gatto che non la fa dormire.
Avrà acceso la tv e sarà rimasta folgorata dalla notizia.
Le sarò venuta in mente quando, ancora ragazzina, appendevo i suoi poster in camera, compravo i suoi dischi e l’ho stressata per una settimana perché mi portasse al cinema quando uscì il suo film.
Questa donna ha conservato quest’immagine di me: della bambina che bloccava la tv sul canale dove c’era lui.
Le sono rimasta in mente ragazzina, mentre ascolto a tutto volume le canzoni dalle parole incomprensibili.

Stamattina un pezzo della mia adolescenza le è rotolata in salotto. Morta.

E allora mi ha scritto, pensando che mi potesse importare ancora.
Si è persa buona parte della mia vita, mia madre. Si è persa le mie opinioni, i miei cambi d’umore.
Non sa che non ho voglia di piangere quell’uomo che sventolava i figli fuori dalla finestra degli hotel, che li portava in giro mummificati e bardati per proteggerli da chissà che.
Non ho voglia di piangere la mia adolescenza perché sono troppo presa a lavorare per diventare adulta.

E’ morto Michael Jackson. E onestamente non me ne frega niente.