mamma stanca

Prima che vi scateniate con gli insulti, ci tengo a dirvi che ho faticato per avere i miei figli e li amo moltissimo. La prima soprattutto è stata davvero un calvario: 6 anni di sofferenze tra cure ormonali, operazioni, laparoscopie, cure invasive. Ormoni come caramelle, notti a piangere perché gli altri si e tu no.
Poi arriva, tu sei felice, o almeno lo credi, e poi ti accorgi che di fantastico c’è poco. La vita da madre è molto diversa da come la raccontano. Intendiamoci: amo i miei figli. Li amo tutti e due in modo viscerale, sono il mio mondo, vedo in loro ogni cosa bella. Ma non posso negare che la vita con loro non sia questo gran che.

La mamma: lo sherpa della vita.

Avere figli è una fatica. Si baratta il proprio essere normale con il diventare una specie di sherpa della vita, un carico pesante addosso che ti curva la schiena sotto chili di panni da lavare, di notti insonni, di pianti e capricci di cui faresti volentieri a meno.
E non importa quante ore passi con loro: la fatica è fatica, tanta, sempre, dal boccone del mattino all’ultimo “No!” prima di andare a nanna.
Traghetto il mio povero corpo da un capo all’altro della notte facendo scricchiolare le ossa nella metà esatta del letto perché nessuno dei due vuole rinunciare a me.
Me ne devo sgusciare fuori come un amante che non vuole farsi trovare al mattino.
E non sempre ci riesco. I miei sonni sono scanditi da continui risvegli per far bere, far fare pipì, grattare schiene, consolare da sogni nefasti, massaggiare gambe e piedini doloranti. Non è sonno. Non lo è più da cinque anni a questa parte.
È bello? No. E non dite che il sacrificio ne vale la pena.
Dovrebbe valerlo senza fatica.
Preferivo la mia vita prima: preferivo il cinema, le cene con gli amici, le notti a far l’amore. Preferivo comprare le cose per me. Preferivo riuscire a mettere le scarpe col tacco, e guardare la tv fino a tardi. Non è scritto da nessuna parte che lo dovevo barattare con Peppa Pig e Masha e Orso, o con sessioni infinite di visione di dvd di cartoni animati.
Voglio il tempo di leggere i miei libri, non favole e favole, e ancora favole.
Voglio il cibo spazzatura senza preoccuparmi di quanto male farà a loro, voglio che faccia male solo a me.
Voglio le serate a panini e nutella in ciabatte. O chili di gelato mangiati col cucchiaino fino a raspare il fondo.
Voglio spazio in casa senza giocattoli. L’ordine. Non sono mai stata ordinata, ma almeno quando metto a posto l’ordine resisteva qualche ora, ora no.
E voglio stirare solo per me, non c’era scritto che avrei passato giornate a fare lavatrici e avrei trovato muri del pianto di panni da stirare.
Mi manca il silenzio e la libertà di uscire senza preoccuparmi per chi resta a casa.
Voglio una notte libera dai pensieri e dalla fatica.
Mi manca il sonno.
Mi manca la spensieratezza.

Mi sono pentita di avere figli? Si, ufficialmente si. O almeno, della prima meno, ma avrei fatto sicuramente a meno del secondo, e purtroppo non lo puoi dire a priori, lo devi dire dopo, col tempo, dopo che il danno è fatto.
Non ho mai voluto un cane per l’ansia che mi mette avere di avere qualcuno che dipenda così tanto da me, non pensavo che un figlio maschio mi si sarebbe attaccato in modo tanto viscerale da togliere il fiato. E quando dico togliere il fiato, vuol dire davvero togliere anni di vita, avere qualcuno appeso letteralmente al collo non appena sente la mia voce.
Un piccolo individuo che passa ore aggrappato a me e urla e si dimena non appena tento di staccarlo.
Uno che passa la notte sdraiato sul mio sterno e guai a spostarmi.
Li amo. Ma questo non significa che non possa dire che stavo meglio senza.
Spero che diventino indipendenti in fretta e che la smettano presto di aver bisogno di me.
Spero di riuscire a dar loro l’educazione che serve per farcela senza di me e poi tanti saluti.
Vadano per il mondo e per la vita via di qui, lontano, portandosi dietro il ricordo di questa pessima madre che li ama ma non vede l’ora di star bene senza di loro.
E in cuor mio lo so che avendoli, ho barattato per sempre la serenità.
Perché ogni campanello che suona, ogni messaggio che arriva, ogni squillo del telefono ti fa sobbalzare.
Non c’è scritto che darai la serenità al posto dell’idea orrenda di perderli.
Però è così. Si fa a cambio con l’ansia che a un certo punto potrebbe succedere loro qualcosa.
E finisci comunque a dormire con un occhio aperto e uno no, in perenne ascolto che vada tutto bene.
E non venitemi a dire che comunque è bellissimo. Non lo è.
Piango come una scema pensando che prima o poi potrebbe succeder loro qualcosa. Mi si spalanca il cuore ogni volta che vedo in faccia genitori della Telethon che hanno figli con disturbi orrendi o genitori che hanno perso adolescenti insacchettati in lamiere del sabato sera. Figli uccisi.

Li capisco. Capisco la fatica e il dolore di vedere tutto che si spegne. Che se ne va. Conosco il vuoto e non lo voglio sentire. Prego che non mi capiti mai e che stiano sempre bene. Ogni giorno è un dubbio sul cosa potrebbe accadere loro e tentare di arginare il dolore è inutile. Non li posso proteggere da tutto. E soprattutto non li posso proteggere da me, dai danni orrendi che sto facendo come madre quando dico loro che sono stanca, che me ne voglio andare e lasciare tutto.
Li amo. A modo mio, in un modo sbagliato, feroce, anticonformista, del tutto fuori dai canoni zuccherini della perfezione. Li amo con sincerità, anche quando dico loro che senza era meglio. Perché è vero: senza vivevo tranquilla. Ora che ci sono, ho un baratro nel cuore e vivrò con la perenne ansia che possano caderci dentro.

E per chiunque mi dica “cosa c’è di più bello di un figlio?” la risposta resta sempre una: “Lenny Kravitz nudo in un letto”.