Fermarsi a strappare un filo d’erba e volerne uno più lungo due metri più in là. 
Domandarsi quando matureranno le bacche rosse per poterle raccogliere.
 Fermarsi a guardare l’acqua che scorre sotto il ponte, e guardarla di nuovo un pochino più avanti, perché non è mai la stessa. Dire “che bello” guardando le ragnatele bagnate di pioggia e dire “che schifo” davanti alle lumache spiaccicate.
 Urlare il colore di ogni macchina che si incontra, saltellare su un piede mentre si sbocconcella il biscotto che ha fatto nonna. Cantare una canzone che abbiamo inventato al momento, scegliere il momento giusto per attraversare la strada gridando “presto! Una macchina!” quando la si vede sbucare dallo svincolo lontano, come se fosse comparso un drago. 
Chiedersi come mai la linea bianca della mezzeria della strada si rompe proprio lì.
 Arrivare all’asilo esclamando un trionfale “ECCOCI!” vedendo che ci si arriva anche da quest’altra strada. Essere felici così, per aver fatto il tragitto da casa alla scuola materna, a piedi.

Dio, mi ero dimenticata quanto potesse essere magico avere tre anni.