Sabato sono stata a un evento chiamato Sesperti, il primo meeting di divulgatori della sessualità organizzato da Violeta Benini e mi hanno regalato una borsata di sextoys.
Ma andiamo con ordine.
Il tutto è cominciato con una mail di Violeta che mi ha invitata a questa cosa. Lo ammetto: di solito sono Miss Insofferenza: non mi piace andare a questo genere di incontri con esperti di qualcosa perché sono una sega con le PR- mediamente me ne resto in disparte con un sorriso scemo mentre scruto l’orizzonte e tutti gli altri parlano fittissimo tra loro sapendo perfettamente cosa dirsi. Ho anche la variante con bicchiere, che mi vede nella medesima posizione ma con un alcolico di vario genere in mano.
Questo invito ha vinto le mie perplessità soprattutto perché l’intento – ben riuscito- è stato di mettere insieme i divulgatori di argomenti imbarazzanti: sexblogger di vario tipo, ostetriche, addette alle vendite di sextoy, registe e produttori di qualsiasi cosa inerente la sfera sessuale.

Ci siamo trovati, armi, sextoy, badge e bagagli al MO.OM hotel a Olgiate Olona (sì, è anche un Motel con le camere a tema e in alcune c’è l’ingresso diretto in spa, lo so…)
Location curiosa e con una lieve aura “creepy” – perché è stata lo scenario di un femminicidio piuttosto macabro.

La GodiBag: una saccata di vibratori

Dopo i primi convenevoli con registrazione e badge (Santo Badge, sacro Graal degli incontri pubblici) mi hanno dato una borsata con dentro di tutto di più. La GodiBag è esattamente quello che dice il nome- una borsa di tela per farci al spesa e far imbarazzare le signore bene in coda alla cassa. Dentro c’è ogni ben di Dio.
L’ho pesata: sono almeno due chili abbondanti di vibratori, preservativi, lubrificanti, gel, gingilli da mettersi al collo e volendo altrove e l’immancabile penna per gli appunti.
Una zavorra del piacere che in questo momento è posteggiata in camera in attesa delle prove per le recensioni.
Credo che comincerò la prossima settimana, con metodo e ordine.

Il badge, l’oggetto che ti dice chi è qualcuno.

In queste situazioni il badge è fondamentale: è quell’oggetto meraviglioso che ti permette di identificare una persona e dirgli “ODDDIO MA IO TI SEGUO DA ANNI!” cosa che anche in questo caso ho esclamato almeno una dozzina di volte. La maggior parte dei presenti infatti scrive con un nome d’arte celando la propria identità sotto mentite spoglie. Alcuni non mettono nemmeno il loro volto.
Il motivo è semplice: censura.
Sì, perché la maggior parte delle persone che scrivono di sesso e sessualità sono costrette a non far sapere ciò che fanno. Alcune perché lavorano ad esempio come ostetriche e la presenza di un ordine professionale impone anche una sorta di “etica” che impedisce loro di essere davvero libere nel loro modo di comunicare (incredibile, vero? Eppure…);
Altre devono mantenere l’anonimato perché fanno altri lavori in cui è meglio che non si sappia – una delle partecipanti lavora in un ufficio pubblico e non può permettersi di essere additata come “quella che testa i vibratori”- c’è il rischio estremamente vero che possa perdere il lavoro. In nome di cosa non si sa. Eppure è così.

Quindi quando ci si incontra è tutto un “Ciao, io sono…” e ci si presenta col nome e subito dopo l’occhio cade sul badge con il nome del canale instagram o il nome d’arte, il che svela l’arcano.
Nel mio caso dopo “piacere Valentina” segue sempre un “e saresti…?” l’occhio vaga sul badge e nulla- preciso che sono semplicemente Valentina.
Sì, perché da anni ho deciso di essere il mio nome e cognome ovunque. Una volta ero “l’uomo che mi lava”, ma ho deciso di evolvere, perché come quello che canta “siamo i watussi” non voglio essere ricordata per una cosa che ho scritto anni fa (nello specifico “l’uomo che mi lava” era il titolo del mio romanzo).

Vabbè, ma quindi?

È stato un incontro piacevole, adorabilmente mangereccio e con un sacco di chiacchiere costruttive. Si è parlato di censura sul web, di shadowban, di come eventualmente aggirarlo. Da parte nostra abbiamo creato un gruppo forte e compatto per condividere informazioni e azioni di comunicazione. Per noi è importante mandare messaggi positivi e di cultura attorno alla sessualità, e farlo in tanti sarà senza dubbio utile.
Detto questo, se ci sarà un secondo anno di incontri sarò felice di esserci e sarò forse un po’ meno imbarazzata (perché anche le sexblogger si imbarazzano quando devono fare PR).
Da questa esperienza mi porto a casa una frase che mi ha colpito molto detta da una ragazza che fa la formatrice sessuale in ambito cattolico:
“Non tutti i cattolici sono bigotti e non tutti i bigotti sono cattolici”.
Un bel monito per ricordarsi che gli stereotipi sono in agguato anche tra chi, come noi, potrebbe pensare di non averne.

Voi come ve la cavate ai meeting? Siete PR da bicchiere in mano come me?