pampers

Partorisco figli, non cani.

Capisco che la retorica tutta zucchero del “tra un po’ diventi di nuovo mamma” o “sei una mamma, che dolcezza” spinga la maggior parte della gente a considerarmi un mammifero prima ancora che una donna.
Ma non è così.
Sono una persona. Una professionista, una che con le parole ci lavora. E per me le parole sono importanti.
I cuccioli sono propri dei cani. O dei gatti. Cucciolo è una bestia. Qualcosa che deriva dal mondo animale.
Cucciolo equivale a tenerezza, peli e versi vari – tipo l’abbaiare.
I bambini- almeno per me- sono casino, notti insonni, cambi di pannolini, rigurgiti continui e grandi rotture di scatole.
Nonostante ami molto i miei figli – Emma di due anni e il piccolo in arrivo- non ce la faccio proprio a sopportare questo mondo zuccherino, perfetto, ovattato, tutto grazia e candore della pubblicità.
Faccio figli, non cuccioli. Non razzo come una cagna, non scodinzolo quando qualcuno mi accarezza, allatto – questo sì- ma non ho pulci, e se uso collari e guinzagli lo faccio per puri giochi di ruolo a sfondo sessuale.
Non ho cuccioli. Ho generato persone che – per quanto piccole – restano tali. E così io: sono una donna. E solo in seconda (ma anche in terza battuta, vah!) sono una mamma.
Per me come descrizione possiamo tranquillamente lasciarla in fondo alla riga.

Cuccioli.
Quindi se tanto mi dà tanto, gli esperti della Pampers sono veterinari e non pediatri. O sbaglio?