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Corri.
Quando senti un’auto che rallenta, corri. Sai che è meglio tenere un po’ di fiato da parte perché se da quella macchina scende qualcuno che non vuoi incontrare dovrai avere la forza e il fiato di scappare.
Corri nelle strade più deserte in questa provincia fatta soprattutto di verde, a respirare ossigeno e idrocarburi. Corri lì perché i boschi ti piacciono e ragioni sul fatto che non sia giusto non poter scegliere che strada fare solo per la paura di qualcuno che possa decidere di farti del male.
Corri per dispetto, con disprezzo, a chi negli anni in quei boschi ha provato a fermarti e toccarti.

La prima volta è stato a sei anni, un tizio che facendo finta di fare la pipì a lato della strada ti ha chiamata e tenendosi il pisello in mano ti ha detto “Ciao”.
Hai tirato dritto con la tua cartella in spalla anche quando ti ha affiancata in macchina e ti ha chiesto se tu, bella bambina, volevi un passaggio.
Hai detto un no secco senza voltarti e hai continuato a camminare pregando che non ti seguisse.
La strada fino alla scuola ti è sembrata lunghissima quella volta ma lui non è più tornato. Ce ne sono stati altri, negli anni.
Quelli che capivano che abitavi in un luogo isolato e allora si fermavano, ti curavano, e come arrivavi alla zona più lontana dalle case provavano a fermarti.
Ma tu correvi più forte di loro.
C’è stato anche chi ha giocato d’anticipo fermandosi pochi metri dopo di te e facendoti vedere il cazzo così, come si sfoggia un giornale in spiaggia.
Allora viravi verso la casa vicina bussando come una disperata e chiedendo di poter chiamare a casa per farti venire a prendere, perché ai tuoi tempi il cellulare non c’era e potevi contare solo sulla compassione dei citofoni degli altri.
C’era sempre chi ti apriva, e qualcuno anche ti accompagnava a casa, ma il maniaco se n’era già andato.
C’è stata la volta in cui hai corso più di tutte, quella in cui un gruppetto di zingarelli stava facendo il bagno nel fiume del bosco, e si sono messi a rincorrerti, forse per puro gioco, forse solo per farti spaventare. Ma anche quella volta te la sei filata.
Hai fatto una vita ad andare più forte, gambe in spalla e pedalare chilometri, arrivare al cancello di casa col fiato corto, il cuore in gola, l’acido lattico fino alle cosce e la certezza di essere in salvo. Roba che quasi ti veniva da urlare “Tana!” quando superavi i battenti di casa, come fosse un gioco dove quella che non si diverte per niente eri tu.

Succedeva quasi sempre d’estate, il mese dei maniaci.
Il mese in cui una certa parte di maschi del paese decideva che era arrivato il momento di far prendere aria al pisello. E di farlo vedere proprio a te.

Corri.
Sfidi la sorte e corri senza portarti il telefonino. Forse qualcuno dirà che fai male, che dovresti tenerlo per la tua sicurezza. Ma correre col telefono per te non è correre.
Niente impicci, niente roba addosso.
Corri senza cuffie, perché non ti piace non sentire i rumori, devi sapere chi arriva, se rallenta, se ti sta raggiungendo, chi si muove attorno a te.
Corri cappellino e testa bassa, ritmo nelle gambe, senza arrivare mai al limite della resistenza. C’è sempre quel bagaglio minimo di fiato che serve per la fuga.

Corri arrabbiata, perché vuoi che chiunque cerchi di fermarti abbia paura, vuoi che ti tema. Vuoi che nessuno trovi un buon motivo per attaccar bottone. Che a nessuno venga in mente di chiederti un’informazione.

Corri con la stessa serenità della preda. Allo stesso modo.
Corri senza essere invitante. E se qualcosa dovesse succederti, sai già che qualcuno sarebbe capace di dirti che te la sei andata a cercare.
Tu, che a 37 anni di corsa, non hai nemmeno il diritto di scegliere che strada fare.

E lo sai, che se fossi stata un uomo, avresti corso in tutt’altro modo.